Intervista – Raineri Franciacorta Great Wines 2026

Great Wines 2026 | Philarmonica

Great Wines 2026 – Informazioni evento

• Data: Lunedì 30 marzo 2026

• Orario: dalle 10:00

• Luogo: Cantina Donna Olimpia 1898

• Ingresso: gratuito con registrazione su Eventbrite

• Iscrizione: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-great-wines-2026-1977698866548

1. Raineri Franciacorta nasce a Erbusco da un progetto personale e familiare. In che modo il terroir franciacortino influisce sullo stile dei vostri Franciacorta Brut, Dosaggio Zero e Satèn?

Raineri Franciacorta nasce a Erbusco, nel cuore della Franciacorta, e questo significa avere fin dall’inizio un’identità ben definita. Il nostro stile è profondamente legato al territorio: ai suoli morenici di origine glaciale, al clima mitigato dal Lago d’Iseo e alle importanti escursioni termiche che favoriscono una maturazione lenta ed equilibrata delle uve.

Nei nostri vigneti coltiviamo principalmente Chardonnay su terreni morenici caratterizzati da diverse composizioni pedologiche, che rappresentano la vera chiave interpretativa delle nostre cuvée. La componente sabbiosa favorisce finezza aromatica ed eleganza, mentre quella argillosa conferisce struttura, profondità e tensione gustativa.

Il clima della Franciacorta ci permette di raggiungere la piena maturazione fenolica tra agosto e inizio settembre, preservando al tempo stesso una freschezza acida fondamentale per la produzione di spumanti metodo classico. Questo equilibrio naturale è alla base anche del nostro Metodo SoloUva, che prevede l’utilizzo esclusivo del mosto d’uva in tutte le fasi produttive, valorizzando ulteriormente l’espressione territoriale.

Nel Franciacorta Satèn, ottenuto da uve provenienti da terreni a prevalenza sabbiosa, il terroir si esprime attraverso finezza aromatica, delicatezza e cremosità. La tessitura del suolo contribuisce a un profilo più elegante e floreale, con un perlage setoso e una grande armonia gustativa.

Il Franciacorta Brut nasce invece da parcelle situate sulle argille rosse del Monte Orfano, dove il suolo dona maggiore struttura e profondità. Qui il terroir si traduce in intensità, energia e una marcata sapidità finale, mantenendo sempre equilibrio tra freschezza e volume.

Il Dosaggio Zero rappresenta la sintesi dei nostri cru: unisce uve provenienti da entrambe le tipologie di suolo, sabbioso e argilloso, offrendo un’espressione più completa del territorio di Erbusco. L’assenza di zuccheri aggiunti mette in evidenza la componente minerale e la tensione acida, permettendo al terroir di emergere senza filtri, in modo preciso e verticale.

In sintesi, il terroir franciacortino non è semplicemente lo sfondo del nostro progetto, ma il suo vero protagonista: ogni vino — Brut, Dosaggio Zero e Satèn — rappresenta una diversa interpretazione dei nostri cru, raccontando però la stessa origine e identità territoriale.

2. La vostra produzione si concentra sullo Chardonnay. Quali caratteristiche specifiche dei vostri vigneti ritenete determinanti per ottenere finezza ed equilibrio nei vostri spumanti?

In Franciacorta lo Chardonnay è molto più di un semplice vitigno: rappresenta la vera spina dorsale della denominazione. È l’uva che meglio coniuga eleganza, freschezza e capacità evolutiva, permettendoci di esprimere stili diversi, mantenendo sempre un filo conduttore di finezza e precisione.

Nei nostri vigneti lavoriamo su parcelle con caratteristiche pedologiche differenti, dove l’equilibrio tra componenti sabbiose e argillose contribuisce a definire il profilo dei vini: la parte più sabbiosa favorisce finezza aromatica e delicatezza del perlage, mentre quella argillosa apporta struttura e profondità gustativa.

Un ruolo fondamentale è svolto dalle parcelle storiche di Chardonnay, alcune con oltre vent’anni di età. Le vigne mature, grazie a radici più profonde e a una naturale autoregolazione produttiva, permettono di ottenere uve più concentrate e armoniche, capaci di generare complessità senza perdere eleganza.

La maturazione lenta delle uve consente di raggiungere la piena maturazione fenolica preservando una freschezza acida naturale, elemento essenziale per l’equilibrio e la longevità dei nostri spumanti metodo classico.

Un aspetto che amplifica ulteriormente il potenziale dello Chardonnay è il nostro Metodo SoloUva. Utilizzando esclusivamente mosto d’uva sia per la presa di spuma sia per il dosaggio finale, evitiamo l’impiego di zuccheri esogeni: questo richiede uve perfettamente mature ed equilibrate, perché sarà esclusivamente l’uva a determinare il risultato finale.

Il Metodo SoloUva richiede quindi una gestione estremamente precisa della maturazione e dell’acidità, ma consente di trasferire nel calice un’espressione più autentica del vitigno, traducendosi in una lettura più trasparente dello Chardonnay.

Infine, la gestione agronomica sostenibile — dal sovescio al monitoraggio tramite stazioni meteo — ci permette di intervenire in modo mirato, preservando l’integrità del frutto e l’equilibrio naturale del vigneto.

3. Il Metodo SoloUva rappresenta un elemento distintivo del vostro progetto. Come spiegate ai professionisti horeca il valore di questo approccio in termini di maturità dell’uva e identità territoriale?

Quando presentiamo il Metodo SoloUva ai professionisti horeca, lo definiamo prima di tutto come una scelta identitaria: una firma stilistica che rende immediatamente riconoscibile il nostro modo di interpretare il Franciacorta.

Utilizzare esclusivamente mosto d’uva sia per la presa di spuma sia per il dosaggio finale significa eliminare l’impiego di zuccheri esogeni e affidare completamente l’equilibrio del vino all’uva e all’annata. Questo richiede una gestione estremamente precisa della maturazione, perché il vino non viene costruito o corretto in cantina, ma nasce già in equilibrio dalla materia prima.

Per sommelier e ristoratori il concetto è molto chiaro: tutto ciò che si percepisce nel bicchiere deriva esclusivamente dal vigneto, dal territorio e dall’annata. Il Metodo SoloUva diventa quindi uno strumento per leggere il vino in modo più autentico e diretto.

Allo stesso tempo rappresenta un elemento distintivo rispetto alla maggior parte dei competitor, perché si tratta di un approccio ancora atipico nel panorama del metodo classico. Non è una scelta tecnica fine a sé stessa, ma una firma produttiva che costruisce riconoscibilità e coerenza stilistica, facilitando il racconto del vino al tavolo.

Dal punto di vista sensoriale, questa scelta si traduce in vini particolarmente dinamici e gastronomici: la cremosità naturale e la sapidità più nitida generano una beva scorrevole che invita spontaneamente a proseguire sia nel bere sia nell’abbinamento a tavola, qualità molto apprezzata nella ristorazione.

Per questo diciamo spesso che SoloUva non rende il vino più complesso da spiegare, ma più semplice da raccontare: un Franciacorta che fermenta e si completa utilizzando esclusivamente gli zuccheri naturali dell’uva.

In questo modo il metodo classico diventa non solo un processo produttivo, ma un segno distintivo capace di unire identità territoriale, riconoscibilità stilistica e piacere di bevuta.

4. I vostri Franciacorta prevedono affinamenti di almeno 36 mesi sui lieviti. Come incide questa scelta sulla complessità aromatica e sulla struttura delle vostre cuvée?

Per noi il tempo sui lieviti non rappresenta semplicemente un passaggio produttivo, ma una vera scelta stilistica. L’affinamento prolungato consente al vino di evolvere lentamente, integrando struttura, acidità e componente aromatica in modo naturale e progressivo.

Durante la sosta sui lieviti avviene il processo di autolisi, che arricchisce il profilo aromatico sviluppando maggiore complessità, con note che spaziano dalla crosta di pane alla frutta secca fino a sfumature più cremose e avvolgenti. Tuttavia, il nostro obiettivo non è ottenere vini opulenti, ma costruire equilibrio ed eleganza.

In questo percorso il Metodo SoloUva gioca un ruolo fondamentale: utilizzando esclusivamente zuccheri provenienti dall’uva, riusciamo a preservare una maggiore integrità aromatica e a mantenere vivi gli aromi primari del frutto anche dopo lunghi affinamenti. La complessità derivata dal tempo non copre quindi l’identità varietale, ma si integra con essa, lasciando sempre riconoscibile l’espressione dello Chardonnay.

Il tempo contribuisce inoltre alla qualità della tessitura gustativa: il perlage diventa più fine e integrato, la cremosità aumenta e la struttura si armonizza senza perdere tensione e freschezza. Questo permette alle diverse cuvée di esprimere profondità mantenendo dinamismo e precisione di beva.

Gli affinamenti di almeno 36 mesi ci consentono quindi di raggiungere una complessità aromatica più matura e una maggiore armonia gustativa, rendendo i vini più completi e gastronomici, capaci di evolvere nel bicchiere e accompagnare l’intero percorso del pasto.

In sintesi, il tempo sui lieviti non serve a rendere il vino più potente, ma più armonico: una complessità integrata che convive con la freschezza del frutto, cifra distintiva del nostro stile.

5. Il Satèn è una tipologia molto apprezzata nella ristorazione. Quali abbinamenti gastronomici consigliate per valorizzare al meglio il vostro Satèn?

Il Satèn nasce naturalmente con una forte vocazione gastronomica. Nel nostro caso si tratta di un Franciacorta 100% Chardonnay, affinato almeno 36 mesi sui lieviti e caratterizzato da una pressione più bassa in bottiglia, che regala un perlage finissimo e una cremosità naturale.

Questo stile lo rende estremamente versatile a tavola, perché unisce eleganza, morbidezza e una chiusura sapida capace di pulire il palato senza mai risultare aggressiva. In ristorazione ci piace sottolineare come il Satèn non debba essere considerato soltanto un vino da aperitivo, ma un vero vino da tutto pasto, ideale per piatti in cui equilibrio e texture sono protagonisti.

Antipasti di mare e crudi

La cremosità avvolgente e l’acidità delicata valorizzano particolarmente preparazioni marine leggere e raffinate, come crudi di pesce e crostacei, carpacci di ricciola o capasanta e tartare di gambero rosso. La bollicina fine accompagna la delicatezza del piatto senza sovrastarlo, mentre la sapidità finale amplifica le sensazioni iodate.

Risotti e primi piatti delicati

Uno degli abbinamenti più naturali è con piatti dalla consistenza cremosa, come risotti ai frutti di mare, agli agrumi o alle erbe fini, oppure paste fresche con salse leggere. La texture setosa del Satèn crea una continuità gustativa con il piatto, esaltandone equilibrio e armonia.

Pesce bianco e cotture morbide

Si esprime al meglio anche con preparazioni delicate di pesce bianco — branzino o rombo al forno, pesce al vapore o cotture a bassa temperatura — così come con piatti arricchiti da burro nocciola o emulsioni leggere, dove emerge pienamente l’equilibrio tra morbidezza e freschezza che caratterizza il vino. In sintesi, il nostro Satèn trova la sua dimensione ideale quando accompagna la cucina di precisione e di equilibrio, diventando un partner gastronomico capace di sostenere il piatto senza mai dominarlo.

6. Con una produzione artigianale e quantitativi limitati, come comunicate il valore della vostra identità produttiva a buyer e sommelier italiani?

Partiamo sempre da un principio molto semplice: la nostra dimensione non è un limite, ma il cuore del progetto. Produciamo circa 20.000 bottiglie l’anno su 3,5 ettari vitati, e questo ci permette di presentare ai professionisti non solo un vino, ma una filiera completamente controllata, dalla vigna alla bottiglia.

Un progetto personale prima che commerciale

Raccontiamo che Raineri Franciacorta nasce da un progetto familiare e da vigneti coltivati da oltre vent’anni, trasformati in una visione enologica contemporanea. Questo crea immediatamente un legame: il vino non è un prodotto industriale, ma l’evoluzione di una storia agricola reale. Per il sommelier significa avere in carta un vino con un volto e una narrazione autentica.

Centralità della vigna e coerenza produttiva

La nostra identità deriva dalla gestione diretta dei vigneti di Erbusco, su suoli morenici, attraverso pratiche sostenibili, sovescio e monitoraggio climatico. La piccola scala ci consente selezione rigorosa delle uve, vendemmie manuali mirate e decisioni agronomiche parcella per parcella, un approccio che i professionisti riconoscono immediatamente come garanzia di coerenza qualitativa.

Metodo SoloUva: il nostro elemento distintivo

Uno degli strumenti più efficaci di comunicazione è il Metodo SoloUva, che utilizza esclusivamente mosto d’uva anche per rifermentazione e dosaggio. Questa scelta rende evidente il livello di precisione richiesto e posiziona il vino su un piano identitario forte, facilmente raccontabile al cliente finale.

Tempo e artigianalità come valore percepibile

Gli affinamenti prolungati sui lieviti e la produzione limitata trasmettono infine un messaggio chiaro: non inseguiamo il mercato, ma il momento giusto del vino. È proprio questa coerenza tra tempo, artigianalità e visione produttiva a creare un dialogo naturale con la ristorazione di qualità.

7. La sostenibilità in vigna e l’uso di tecnologie di precisione fanno parte del vostro approccio. Quanto ritenete che questi aspetti incidano oggi sulle scelte di acquisto della ristorazione di qualità?

Oggi incidono molto, ma soprattutto quando sono dimostrabili concretamente. Nella ristorazione di qualità la sostenibilità non viene più percepita come uno slogan, bensì come un elemento di affidabilità del produttore.

Nel nostro caso parte tutto dalla vigna: utilizziamo stazioni meteo, lavorazioni a rateo variabile, sovescio e monitoraggio agronomico costante per intervenire solo quando necessario. Questo significa meno trattamenti, maggiore equilibrio della pianta e uve più sane e regolari ogni anno.

Il risultato è tangibile nel bicchiere: vini più equilibrati, più leggibili e più gastronomici, quindi più facili da inserire in carta, da raccontare e da proporre al cliente finale.

Le tecnologie di precisione ci permettono inoltre di lavorare in modo coerente con il linguaggio della ristorazione contemporanea, sempre più attenta a stagionalità, tracciabilità e filiere consapevoli. Quando un ristorante sceglie un produttore che lavora in questo modo, rafforza la coerenza del proprio progetto complessivo, non solo dal punto di vista gastronomico ma anche valoriale.

Per questo la sostenibilità oggi incide realmente sulla scelta d’acquisto: aiuta ristoratori e buyer a differenziarsi, a comunicare autenticità e a costruire fiducia con una clientela sempre più consapevole. Non è più un valore accessorio, ma parte integrante della qualità percepita del vino.

8. Nel panorama della Franciacorta, quale pensate sia il tratto distintivo della vostra interpretazione del metodo classico?

Crediamo che il nostro tratto distintivo sia la ricerca di coerenza tra ciò che accade in vigna e ciò che poi si ritrova nel bicchiere. In Franciacorta esistono molte interpretazioni eccellenti del metodo classico; la nostra nasce dal desiderio di intervenire il meno possibile, lasciando che il vino racconti con chiarezza la propria origine.

Lavorare su piccola scala ci permette di seguire ogni parcella con attenzione e sensibilità, adattando le scelte al carattere dell’annata piuttosto che inseguire uno stile fisso. Il vino non viene costruito a tavolino, ma accompagnato nel suo percorso.

In questo senso il Metodo SoloUva rappresenta la nostra firma più riconoscibile: utilizziamo esclusivamente mosto d’uva come fonte zuccherina, accantonato già durante la vendemmia. È una scelta che lega indissolubilmente il vino alla stagione che lo ha generato, rendendolo uno specchio diretto di suolo e annata. L’equilibrio non nasce quindi da correzioni successive, ma dalla maturità dell’uva e dal lavoro svolto in vigna.

Anche il tempo ha un ruolo centrale nel nostro approccio. Le bottiglie restano a lungo sui lieviti, il tempo necessario perché il vino trovi naturalmente la propria armonia: il perlage si affina, la struttura si distende e la complessità emerge senza perdere energia e definizione.

Tutto questo inizia molto prima della cantina, attraverso una gestione agronomica precisa e sostenibile che ci permette di ottenere uve sane ed equilibrate, fondamentali per preservare purezza espressiva e identità.

In fondo, la nostra interpretazione del metodo classico è un lavoro di ascolto più che di intervento: togliere il superfluo per lasciare spazio alla voce del vino.

9. Per un professionista che ancora non conosce Raineri Franciacorta, quale elemento sensoriale o narrativo suggerite di mettere in evidenza durante una degustazione?

Quando presentiamo i nostri vini a un professionista per la prima volta, suggeriamo sempre di non iniziare dalla tecnica, ma da una sensazione: l’equilibrio.

Se c’è un elemento che racconta davvero chi siamo, è la percezione di armonia tra freschezza, cremosità e sapidità già dal primo sorso. È in quel momento che il degustatore comprende che dietro il vino esiste una visione precisa, prima ancora di una scelta tecnica.

Durante l’assaggio invitiamo a soffermarsi su alcuni aspetti che rappresentano la nostra firma gustativa: la finezza del perlage, integrata e mai aggressiva; un centro bocca avvolgente, dove lo Chardonnay maturo esprime una texture naturale e profonda; e soprattutto una chiusura sapida e dinamica, che rende il vino gastronomico e invita immediatamente al sorso successivo.

Solo dopo la parte sensoriale entra il racconto, e qui il protagonista diventa il Metodo SoloUva. Utilizziamo esclusivamente mosto d’uva anche per la rifermentazione e il dosaggio finale, quindi tutto ciò che si percepisce nel bicchiere deriva unicamente dall’uva, dall’annata e dal tempo. È un concetto semplice ma molto potente, perché offre al professionista una chiave narrativa immediata e facilmente comunicabile al tavolo.

Suggeriamo spesso di raccontare il vino seguendo un ordine naturale: prima l’origine, poi il metodo e infine la sensazione lasciata dall’assaggio. Quando questi tre elementi si collegano, il vino diventa intuitivo da spiegare e quindi anche più efficace da proporre.

Se dovessimo sintetizzare Raineri Franciacorta in una frase da degustazione, diremmo: un Franciacorta innovativo dove tutto nasce dall’uva e dal tempo, elegante al primo sorso e territoriale nel finale.

Perché oggi, più ancora della tecnica, ciò che conquista professionisti e clienti è un vino che riesce a essere buono da bere e semplice da raccontare. Ed è esattamente lì che vogliamo stare.

10. In vista del Great Wines 2026, quali cuvée e quali messaggi chiave desiderate presentare per instaurare dialoghi di valore con ristoratori, sommelier e buyer presenti all’evento?

Il Great Wines 2026 rappresenta per noi un momento particolarmente importante: è il primo anno in cui partecipiamo e lo viviamo con grande entusiasmo. Più che una semplice degustazione, lo consideriamo un’occasione concreta per raccontare il nostro progetto agli operatori del settore e confrontarci direttamente con chi ogni giorno seleziona, racconta e serve il vino.

Amiamo il contatto diretto con tutte le persone che, dal momento in cui il vino esce dalla cantina, se ne prenderanno cura lungo il suo percorso fino al consumatore finale. Per noi ristoratori, sommelier e buyer non sono solo interlocutori commerciali, ma parte integrante della vita del vino, l’ultimo passaggio che completa il lavoro iniziato in vigna.

Abbiamo scelto di presentare Brut, Satèn e Dosaggio Zero come un unico racconto articolato in tre interpretazioni complementari del nostro stile. Tre vini diversi, costruiti sulla stessa filosofia produttiva e uniti dal Metodo SoloUva, dalla centralità della maturità dell’uva e da lunghi affinamenti sui lieviti.

Il Brut è il punto di partenza del dialogo: esprime equilibrio e precisione ed è il vino che permette di comprendere immediatamente la nostra idea di bevibilità gastronomica e di versatilità in carta.

Il Satèn rappresenta la dimensione più sensoriale del progetto, dove finezza e cremosità diventano esperienza tattile prima ancora che tecnica, mostrando il lato più elegante e avvolgente del nostro stile.

Con il Dosaggio Zero entriamo infine in una lettura più essenziale e diretta del territorio: un vino che mette in evidenza tensione e identità, dove il metodo di produzione, il lavoro in cantina e vigneto vengono messi completamente a nudo.

Durante il Great Wines non presentiamo quindi tre vini separati, ma tre livelli di lettura, che raccontano un unico progetto.

Eventi come questo sono per noi anche un momento di ascolto e confronto costruttivo: in pochi minuti di degustazione si crea un dialogo reale. È proprio attraverso questo scambio che vogliamo continuare a crescere, comprendendo le esigenze della ristorazione contemporanea, stando sempre al passo ma senza perdere mai la nostra identità.

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